Keynesiani a tradimento

aprile 27, 2001


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


Destra e politica monetaria

La Banca centrale europea anche ieri ha deciso di lasciare immutati i tassi d’interesse, deludendo le richieste che dal Fondo monetario e in buona sostanza dagli Stati Uniti si erano levate sempre più pressantemente. Otmar Issing, che nel board di Francoforte è il custode più rigoroso del mandato esclusivo attribuito dal Trattato di Maastricht alla Bce, difendere la stabilità dei prezzi, l’aveva annunciato.

La Bce non è la Fed di Alan Greenspan, che per mandato può e anzi deve finalizzare i suoi interventi all’andamento della crescita e del ciclo. A Francoforte è la lotta all’inflazione l’obiettivo, e poiché siamo ancora sopra quel limite del 2 per cento annuale dichiarato come obiettivo dalla Bce, ecco che i tassi non scendono. Fino a qui, nessuna novità. La novità vera sta invece nel fatto che finalmente anche in Italia decolla in questi giorni un dibattito intorno alle linee che si confrontano nella politica monetaria europea.
Un dibattito che in altri paesi, come Francia e Germania, è assai più animato e non ristretto tra addetti ai lavori. Alla domanda posta da Paolo Savona sui limiti dell’investitura democratica dei banchieri centrali europei, hanno così risposto Alberto Alesina e Francesco Giavazzi difendendo l’autonomia della banca stabilita nel Trattato, nonché il rigoroso adempimento da parte sua del compito che i governi e i parlamenti europei le hanno prescritto.
A questa tesi hanno controreplicato Mario Baldassarri e Giorgio La Malfa, sostenendo invece che l’errore sta appunto nel trattato, visto che la moneta non influenza solo il livello dei prezzi ma si riverbera, attraverso gli investimenti, su reddito, occupazione e crescita. Alla politica, dunque, starebbe eventualmente rimediare a questo errore, non farlo proprio.

Il rilievo di questa polemica non è tanto nel riproporre uno dei topoi più classici della politica economica, e cioè quali siano gli effetti della politica monetaria e come e se essa debba relazionarsi con la politica di bilancio. Da Keynes a Tobin, da Friedman a Phelps, da Lucas a Sargent, dal keynesismo primigenio a quello dei neokeynesiani da una parte, dal monetarismo e dalla scuola delle aspettative razionali dall’altra, da ottant’anni il dibattito è aperto. L’aspetto più curioso della polemica è un altro.
È che a invocare l’approccio neokeynesiano sono oggi esponenti, come La Malfa e Baldassarre, candidati alle elezioni dalla Casa delle Libertà. Franco Modigliani, il loro comune maestro, continua invece a guardare al centrosinistra e si è dissociato dalla loro scelta politica. E mentre si farebbe un torto a studiosi indipendenti come Giavazzi e Alesina considerandoli di centrosinistra, certo la sinistra di governo in questi difficili anni italiani ha imparato a rispettare il severo mandato di lotta anti-inflazione affidato alla Bce. Può sembrare un paradosso, e invece non lo è per nulla.
La sinistra italiana per decenni aveva allegramente contribuito a praticare una distorta concezione della spesa pubblica keynesiana, dimenticando che il deficit sul breve andava riequilibrato dal pareggio nel medio periodo, ed è per questo che è stato necessario affidarsi al vincolo monetario esterno per indurla al risanamento della finanza pubblica.
Oggi, c’è da sperare che chi cerca di importare il keynesismo tra quelli che sino a ieri si qualificavano come sostenitori in Italia di Milton Friedman non ottenga l’effetto di legittimare il ritorno a una spesa pubblica lassista da parte di un eventuale governo del centrodestra dopo il 13 maggio. Altro che sviluppo. Sarebbe il ritorno a errori già visti.

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