«Pensiamo agli affari, sì alla privatizzazione»

febbraio 2, 2002


Pubblicato In: Corriere Della Sera, Giornali


Intervista di Dario Di Vico

«Al prossimo consiglio di amministra­zione della Rai va affida­to un mandato esplicito di studiare e mettere a punto un progetto di pri­vatizzazione della tv di Stato. Questo è il modo per fare un passo in avan­ti e lasciarsi alle spalle di­battiti puramente ideolo­gici». Il senatore diessi­no Franco Debenedetti sta seguendo con atten­zione lo sviluppo del di­battito sugli assetti del sistema radio-televisivo e pensa che la sinistra debba avere l’ambizione di giocare un ruolo attivo nel processo di privatiz­zazione.

In questo momento a farla da padrone sono le manovre e le polemiche sulle nomine.
«Che la temperatura in prossimità della scaden­za del Cda Rai salisse era prevedibile. E bene ha fatto Carlo Azeglio Ciam­pi a ricordarci quanto prevede il protocollo 32 del trattato comunitario di Amsterdam. Il canone non è considerato aiuto di Stato in quanto è fina­lizzato a una missione di servizio pubblico.

In Europa il settore è investito da un processo di riorganizzazione che ne sta mutando la map­pa.
«E noi restiamo isolati da tutto ciò che accade al di là delle Alpi a causa del duopolio che blocca tutto e compromette lo stesso sviluppo indu­striale del settore. Per questo bisogna far pre­sto».

In concreto che vuol di­re?
«Tradizional­mente la sini­stra è partita dalla rivendica­zione di una legge di sistema e l’ha ante­posta alla pri­vatizzazione della Rai. Ri­cordo gli inter­minabili dibat­titi della commissione Bo­gi-Napolitano e quelli per il 1138. Basta. Rove­sciamo quest’imposta­zione ideologico-dedutti­va e partiamo dal busi­ness: Misuriamoci su un progetto credibile che si­muli la vendita di una o due reti. Ovviamente per essere appetibile la nuo­va azienda messa sul mercato dovrebbe avere un perimetro largo e un’ipotesi di conto eco­nomico attraente».

E le regole del sistema resterebbero le stesse?
«No. In questo caso le condizioni della privatiz­zazione possibile deter­minano le condizioni del­la liberalizzazione neces­saria. E’ chiaro che nes­suno compre­rebbe due reti se il concorren­te continuasse ad averne tre nonostante la sentenza della Corte Costitu­zionale, così co­me è evidente che nessuno ac­cetterebbe tet­ti pubblicitari diversi da quel­li dell’avversario».

All’acquisizione delle reti Rai potrebbe concor­rere anche un soggetto straniero? E che ne pen­sa dell’ipotesi di creare una public company?
«Non credo che si pos­sa discriminare un sog­getto comunitario. E poi la Rai è più piccola di Te­lecom per la quale sono venuti fuori in successio­ne due compratori italia­ni, Colaninno e Tronchet­ti Provera. Quanto alla public company non mi risulta che in Italia ce ne siano. E avere come con­corrente Mediaset richie­de una leadership molto netta. Per cui dovendo scegliere tra il plurali­smo e la public company non ho dubbi: la priorità va al bene pubblico costi­tuzionalmente garanti­to, il pluralismo».

Nel mandato affidato al Cda Rai dovrebbe essere indicata una data?
«Una volta d’accordo sul percorso si può pen­sare di completare l’ope­razione di vendita entro il dicembre del 2003. Dovrebbe chiederlo la sini­stra, in modo che riman­ga un lasso sufficiente di tempo prima delle elezio­ni politiche».

Rutelli ha proposto che sia privatizzata una rete Rai e una Mediaset.
«Non credo che si pos­sano sommare reti nate da culture differenti, per dirla con il professor Sar­tori nascerebbe un cane-gatto. Quanto a Me­diaset esiste la sentenza della Corte Costituziona­le che indica a Retequat­tro la via del satellite. E Fede è già un canale te­matico».

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