La Telecom a 10.908, a quando Enel-Eni?

ottobre 25, 1997


Pubblicato In: Giornali, Il Messaggero


Per non aprire la crisi, Bertinotti aveva anche avanzato la richiesta di rin­viare sine die la privatizzazione di Eni; an­cora per il 51% in mano pubblica, e di Enel, totalmente dello Stato. Nei commen­ti, questa richiesta passò in secondo piano rispetto a quella più “scandalosa” della ri­duzione di orario a parità di salario. Poi c’è stato il successo dell’offerta pubblica per Telecom, la maggiore in Europa fino a que­sto momento. Come dire che, quanto a pri­vatizzazioni, ci si debba per il momento ac­contentare. Non è così: rinviare la vendita di Eni ed Enel sarebbe un fatto grave, per tre ordini di motivi che riguardano rispetti­vamente i consumatori, la nostra econo­mia, il Governo stesso.

Il primo motivo ha a che fare con quanto scrive Paolo Glisenti sul Mes­saggero del 20 ottobre scorso: la giungla tariffaria, che egli così efficacemente descrive, è diretta conseguenza del monopolio pubblico. Ogni mono­polio distorce il sistema dei prezzi; quando poi è pubbli­co, il monopolio offre un’irre­sistibile tentazione di usare le tariffe per fare favori: a grup­pi di utenti privilegiati, ai di­pendenti, ai sindacati, ai for­nitori, perfino ai residui con­correnti. Alla fine le tariffe non hanno più alcuna rela­zione con i costi. E’ vero, c’è la nuova Autorità per l’ener­gia elettrica, ci sarà quella per le comunicazioni, il loro primo compito è determinare le tariffe ed esigere aumenti di produttività per ridurle an­no dopo anno. Ma che cosa può un’autorità di poche centinaia di persone contro aziende che ne impiegano decine di migliaia, che dispon­gono di tutte le informazioni sui costi e sui clienti, che sono così ricche e potenti? Se non si fanno crescere più con­correnti, e non si creano con­dizioni per cui combattano accanitamente tra loro, non si avranno massicce riduzio­ni tariffarie.

La seconda ragione la po­tremmo chiamare, se ci è consentita l’impertinenza, il “fattore Tatò”. Tatò è un otti­mo manager, è “privato” fino al midollo, non obbedisce a partiti. Queste caratteristiche positive gli attirano molte cri­tiche. Alcune sono riconduci­bili alla nostalgia dei partiti di tornare ad avere voce in capitolo nelle aziende pubbli­che: e queste critiche tornano a suo onore. Altre riguardano alcune sue decisioni: e queste invece sono fondate, perché con le sue iniziative Tatò ren­de evidenti le contraddizioni del modello di gestione e di controllo delle aziende pubbli­che di cui si è decisa la priva­tizzazione quando il termine della vendita viene rinviato a un imprecisato futuro e poi fatto cadere del tutto. Spie­ghiamoci. E’ in vista delle privatizzazioni che gli enti pubblici economici sono stati trasformati in società per azioni, che di conseguenza i loro capi sono diventati amministratori di società tenuti ad agire secondo il mandato dell’azionista. E’ in vista di una prossima privatizzazione che l’azionista Tesoro ha as­segnato il mandato di massi­mizzare il valore dell’azien­da. In vista di una prossima privatizzazione questo si giu­stifica: in vista, appunto. Ma quando per assecondare Rifondazione l’approdo scompa­re alla vista, la missione asse­gnata agli amministratori di­viene occasione per scelte di­scutibili o inaccettabili. Valo­rizzare gli ossei è un manda­to adeguato in un periodo transitorio e breve, diviene in­determinato in un orizzonte senza termine, poiché legitti­ma ogni genere di strategia.- dalla diversificazione (nelle telecomunicazioni), alle alleanze con fornitori (quali l’Eni), a quelle con concorrenti (quale l’americana Enron). Forse porteranno profitti; certo renderanno più com­plessa la privatizzazione, dun­que concorrono a rinviarla ul­teriormente.

La responsabilità di questa distorsione non è di Tatò e di Testa, sta nelle sfere della politica. La responsabilità è di chi prima ha fissato un tempo per la privatizzazione, e poi ne ha spostato indefinita­mente il termine. E questo ci porta alla terza delle ragioni che indicavamo all’inizio.

Se il rinvio alla privatizza­zione fa sì che il management non sia più legato a un mandato limitato, e si senta così autorizzato ad iniziative che danno luogo a polemiche inevitabili e – come si è detto – fondate, chi è esposto in pri­ma linea alle polemiche è il Tesoro. I segnali di questi giorni sono inequivocabili; c’è da giurare che siamo solo all’inizio delle critiche rivolte a chi, da azionista “tecnico” e temporaneo dì grandi enti da dismettere, si trasforma in “controllore silenzioso” di grandi aziende il cui ambito si espande. Polemiche alle quali sarebbe consigliabile sottrarre Ciampi.

Il problema dell’uscita del­lo Stato dalla proprietà di Eni ed Enel non può essere accantonato in nome della stabilità. Non sarà certo il ca­so di aprire contro Prodi offensive scomposte come quelle di Bertinotti sul fronte opposto. Fino a mag­gio – cioè all’esame finale del­la lira per la moneta unica – Prodi può contare sul silenzio degli innocenti: dopo no. Se per la privatizzazione di Enel ed Eni non si definirà un ter­mine prossimo e certo, a maggio nessuno potrà esclu­dere l’uscita dalla maggioran­za di coloro che ai questo ob­biettivo sono giustamente convinti.

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